lunedì 4 giugno 2018

Il nuovo mondo editoriale - parte 6


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3.1 SELF-PUBLISHING: INTRODUZIONE 




È inutile negare che questo processo di digitalizzazione crei inevitabilmente nuove opportunità che non possono passare inosservate al mondo web, come il fenomeno del self-publishing, il libro cosiddetto “autoprodotto”. Come dice la parola stessa, in questo caso lo scrittore - o presunto tale - giunge alla pubblicazione del libro senza passare per l’editore, occupandosi in prima persona di editing, correzione, stampa, promozione e distribuzione dell’opera scritta. L’auto-pubblicazione è sempre esistita, inutile nasconderlo, chiunque ha da sempre avuto la possibilità di stamparsi da sé un libro, ma solo negli ultimi anni questo tipo di pubblicazione ha iniziato ad essere considerata alla stregua di una qualsiasi altra produzione con casa editrice. Il mercato ha agevolato il processo, fornendo all’autore la possibilità di ottenere un codice ISBN (indispensabile per ultimare la pubblicazione e immettere il proprio libro nel mercato) oltre che innumerevoli servizi di assistenza automatica alla pubblicazione. Basti pensare a portali come youcanprint, che guidano l’autore lungo tutto il processo di pubblicazione, dalla scelta del materiale, al tipo di copertina, la qualità della carta e molti altri dettagli. Ma quali sono i rischi di questo processo automatico e semplificativo? Uno su tutti, l’elevato rischio di perdita della qualità. L’editore è stato e sempre sarà garanzia di qualità: il libro viene selezionato, revisionato, editato, i refusi vengono corretti e solo allora viene immesso nel mercato. Tutto questo processo, spesso, nel self-publishing viene totalmente ignorato. Spesso, non sempre, perché soprattutto in America, dove il fenomeno è realmente esploso espandendosi a macchia d’olio in tutto il mondo, la cura prima della pubblicazione viene presa molto seriamente da una grandissima percentuale degli autori senza casa editrice.

«Tuttavia ci sono anche rischi e in questo caso si parla di spamming; infatti il servizio di self-publishing di Amazon è sotto attacco dello spam: qui non si tratta solo del problema di farsi conoscere, far emergere il proprio lavoro dalla massa, il problema più grosso per chiunque tenti la strada diretta autorepubblico, come peraltro avviene ugualmente nel mercato delle Apps sia nell’Apple Store che nello store di Android, ma di decine di migliaia di ebook-spam che invadono questo spazio rendendo ancor più complesso se non quasi impossibile distinguere il grano dall’olio, l’ebook serio autoprodotto, dall’ ebook spam».

(Andrea Fava, l’ABC dell’ebook, Amazon Media EU, 2012, p.142)


3.2 KINDLE DIRECT PUBLISHING 


Il processo del self-publishing è stato accelerato da due fattori: 
  1. Avvento ed espansione del già citato ebook 
  2. Nascita del progetto Kindle Direct Publishing 
È chiaro che la possibilità di pubblicare un libro in ebook, lasciando in secondo piano una possibile pubblicazione cartacea in futuro, faccia gola a molti e stimoli anche i più indecisi a provarci. L’ebook non ha costi di produzione, di stampa, ma solo e unicamente di un’eventuale ma non obbligatoria promozione. Nel marzo 2011 ha fatto notizia il caso di Amanda Hocking, una giovane scrittrice del Minnesota. Nata come blogger, è riuscita a vendere migliaia di copie dei suoi libri in poche settimane passando sullo store virtuale di Amazon, il Kindle Direct Publishing, pubblicando direttamente senza un editore e vendendo ad un prezzo tra i 99 centesimi e i 3 dollari.

Questa notizia ci ricollega inevitabilmente al secondo punto, perché il portale di pubblicazione indipendente di Amazon ha realmente rivoluzionato il mondo editoriale. Bastano pochi click, l’upload del file contenente il libro, e ci si può millantare scrittori a tutti gli effetti. Il servizio è nato circa nel 2011, in corrispondenza con l’esplosione del fenomeno ebook in Italia e dà la possibilità a chiunque di pubblicare il proprio libro in formato kindle (ovvero ebook) e venderlo con un rapporto di esclusività sul portale Amazon. Questo significa che, per contratto, il libro non potrà essere venduto in nessun altro store online fintanto che sarà presente nel programma sopracitato. Poco importa, d’altronde Amazon domina il mercato dell’e-commerce e i vari portali come IBS, Mondadori store e simili fanno unicamente da accompagnamento. Nella pubblicazione si viene guidati lungo un dettagliato processo di scelte (dalla categoria nella quale si vuole inserire il proprio libro, passando per il titolo, l’autore e la scelta di eventuali collaboratori, fino al settaggio del prezzo). Riguardo all’ultimo dettaglio, vi è addirittura la possibilità di distinguere i prezzi a seconda del paese nel quale il libro viene venduto. Ma non finisce qui: Amazon ha strutturato il sistema di vendita variando le royalties a seconda del prezzo di vendita. Per intenderci, vendendo un ebook con un prezzo inferiore ai tre euro l’autore guadagnerà il 30% su ogni copia digitale; viceversa il 70%. Sono percentuali che in ogni caso, paragonate all’editoria classica impressionano in positivo e fanno gola, portando dunque aspiranti scrittori a compiere il passo più lungo della gamba.


3.3 SOVRAPPRODUZIONE 

Lo scrittore romano Paolo Di Paolo, intervenuto alla fiera Ricomincio dai Libri, ha detto la sua riguardo il fenomeno del self-publishing e di questo conseguente sovraccarico del panorama editoriale: 


«In un anno escono circa sessantamila libri, che obiettivamente rispetto al pubblico concreto di lettori sono una sproporzione. Questo non significa che si debba auspicare una riduzione del numero di libri pubblicati, ma qualche domanda va fatta. Chi è che assorbe questi sessantamila titoli? Come fanno questi libri a dire qualcosa a un pubblico sempre più ristretto? Pubblicare tanti libri in sé non è un male, e non è detto che noi ne pubblichiamo più di altri Paesi, ma al centro del discorso va messa la relazione che c’è tra questa mole di libri e i lettori. Questo porta a una riflessione sul self-publishing, che è una grande illusione. È l’illusione che spesso governa le nostre vite al tempo dei social, cioè l’idea che senza avere un “produttore” possiamo arrivare direttamente al mercato saltando le mediazioni. Questa cosa succede una volta su mille, a voler essere ottimisti. Il più delle volte, invece, si traduce in un’illusione che rischia di alimentare un aspetto egotico, un rapporto autoreferenziale con gli oggetti culturali. La convinzione che basta dare a sé stessi la “patente” di artisti, con un effetto automatico. Il più delle volte non succede. Bisogna tornare a pensare che l’editore non sia una figura di contorno, ma un canale attraverso cui passano le proposte e una figura in grado di dare una confezione a queste proposte individuando un segmento di mercato. Perché l’editoria è un mercato. Questa non è una cosa negativa, ma va riconosciuta in quanto tale. Anche il libro di nicchia sta nel mercato. Supporre che qualcuno possa affrontare il mercato contando solo sulla propria forza (e spesso sulla propria arroganza) genera una frustrazione con la quale tutti stiamo facendo i conti». 

(Antonio Rega, Paolo di Paolo ci parla di giornalismo culturale, editoria e scrittori emergenti, sito web terredicampania.it, 05/2017)

Si parla dunque di arroganza, di fretta, ma soprattutto di un concetto importante e fondamentale per comprendere la chiave di questa analisi: la sovrapproduzione. Se tutti possono pubblicare tutto, senza filtro, senza selezione, inevitabilmente si giunge a una produzione di titoli eccessiva in cui risulta veramente difficile distinguere un libro di qualità da uno scadente. Nell’auto-pubblicazione, inoltre, non c’è garanzia di qualità. A meno che non si conosca l’autore, si tratta di operare un acquisto a scatola chiusa, rischiando di ritrovarsi tra le mani un prodotto veramente scadente e restarne scottati. Si dice che in Italia si legga sempre meno, che i giovani ormai abbiano la testa fissa sugli smartphone o dimenticato il significato della parola lettura. Eppure i dati raccontano una realtà totalmente diversa. Stando sempre ai rapporti dell’Associazione Italiana Editori (AIE), rispetto agli anni precedenti la quantità di lettori forti rimane invariata, intorno ai tre milioni, mentre quella dei lettori deboli oscilla a seconda dei periodi e dei libri pubblicati. Il numero di lettori quindi non è particolarmente cambiato, non c’è stato nessun calo impressionante; il vero cambiamento si registra, appunto, nell’aumento dei titoli pubblicati: 66000 nuovi titoli, di cui 18000 di sola narrativa. Nel 1980, sempre secondo l’AIE, il numero di lettori totali era ventiquattro milioni per 13000 titoli, di cui 1000 di narrativa. Oggi i lettori sono ventiquattro milioni, che si ritrovano a navigare in un mare composto da oltre sessantasei mila titoli. Un oceano di titoli che spesso sono sinonimo di quantità, anziché qualità. 


«Se fino agli anni Ottanta per ogni lettore uscivano circa 3 libri all'anno, ora ne escono 10. Una vera e propria marea di carta che viene rovesciata nel mercato, un mercato che però non si è allargato, è rimasto più o meno della stessa grandezza. Le conseguenze sono molteplici: più libri vuol dire meno tempo per sceglierli, lavorarli e promuoverli. Ma anche meno tempo a disposizione di ogni libro per trovare i propri lettori. Il risultato? Abbassamento della qualità, crollo del tempo di permanenza sullo scaffale, ridotto a volte a poche settimane, vendite medie sempre più basse. Ma se il crollo dei lettori non c'è, allora qual è l'anello che non tiene? La domanda non è di quelle semplici da risolvere. La sensazione però è che una parte della risposta sia proprio in questa dieta all'ingrasso, iniziata proprio nel pieno degli anni Ottanta, esattamente quando l'editoria italiana è diventata una vera e propria industria, quando sono cominciate le concentrazioni editoriali, quando ha iniziato a svilupparsi la grande distribuzione organizzata (la modalità di distribuzione più in crisi negli ultimi anni). È questa industrializzazione che ha trasformato il campo di gioco dell'editoria italiana in una giungla affollata, in cui ogni anno vengono fatti piovere 66mila libri — sei volte la quantità che si pubblicava quarant'anni fa — libri che però, più che arrivare ai propri lettori elettivi, assomigliano a una moneta di scambio. Una moneta in forte svalutazione che alimenta il circolo vizioso delle rese, che permetterà anche alle case editrici più grandi di tenere in piedi i propri fatturati, ma che, non essendo prodotta per soddisfare nessuna esigenza particolare dei lettori, sta soffocando l'intero settore»

(Andrea Coccia, Editoria, siamo sommersi di libri che nessuno legge, sito web linkiesta.it)

E in questa pioggia di libri, il self-publishing rappresenta una delle nuvole più grandi, contribuendo a gonfiare i dati e le statistiche. Le case editrici sono costrette a pubblicare di più per restare al passo con un ritmo di autopubblicazione impressionante. La casa editrice sicuramente vorrebbe analizzare il mercato, scoprire nuovi talenti, nuovi gioielli, futuri Pirandello, Svevo, scrittori di spessore, ma non c’è tempo per gli azzardi, per gli investimenti senza ritorno. C’è troppo caos, troppa fretta, troppa concorrenza. Per questo motivo il mercato editoriale e gli scaffali delle librerie sono invasi da libri di personaggi pubblici, blogger e youtuber, biografie, rivisitazioni e quant’altro. Soldi facili, vendite sicure. L’impressione è che il mercato sia stato veramente sporcato da un fenomeno incontrollabile, che ha aumentato la qualità e diminuito la qualità, diventando un bene gestito male che in molti stanno combattendo ad armi impari. 

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